La bigenitorialità.
Si tratta del diritto dei figli di avere relazioni costanti e significative con entrambi i genitori.
I figli hanno diritto di godere del pieno e costante apporto affettivo-educativo da parte di entrambi i genitori, sia che permanga o no il rapporto coniugale. Una crescita equilibrata dei figli può avvenire solo riconoscendo ai genitori idonei la piena capacità educativa nei confronti dei loro figli e l'esercizio della potestà in condizioni di pari dignità.La legge 8 febbraio 2006, n.54 (Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli) recita: Art.155 (Provvedimenti riguardo ai figli): "anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale". Anche di questo ho parlato al Convegno sulla bigenitorialità organizzato da Abige nell'ottobre del 2008.
Qualcuno di noi può immaginare una vicenda più terribile di un genitore che perde un figlio? E cosa ci può essere di più tragico dell'avere cagionato in prima persona la morte del bambino amato? E’ quello che capitò a una donna al tempo di Salomone, re in Israele: mentre ella dormiva, schiacciò il bambino con il suo peso. Pensò bene così di sostituire il bambino morto con il figlio di una donna che abitava con lei. Ma questa se ne accorse e cominciarono a litigare. Chi meglio di Salomone, noto per la sua saggezza ed equanimità avrebbe potuto dirimere la questione: di chi è figlio il bimbo conteso? Allora il re fece portare una spada e ordinò: "tagliate in due il figlio vivo e datene una metà all'una e una metà all'altra”. Tutti noi ricordiamo la conclusione della storia: le viscere (l'utero) di una delle due donne si commossero, indicando l'altra disse: date il bambino a lei, purché egli possa vivere! L'altra rispose "non sia né mio né tuo; dividetelo in due". Il re comprese bene così chi fosse la madre del bambino vivo e poté pronunciare una sentenza che ebbe una vasta risonanza in Israele ed è arrivata anche a noi: davvero la saggezza di Dio era in Salomone per rendere giustizia! (cf. 1 Re 3)
La sala del regno si trasformò
allora nella “stanza della mediazione”, non tanto per il
metodo usato (il Forum europeo non avrebbe probabilmente approvato)
ma per avere messo al centro non le richieste dell'uno o
dell'altro dei contendenti; al centro dell'interesse
c'è un figlio e che questo figlio possa vivere
pienamente. Non c?&egr've; spazio nella mediazione per chi
invece vuole anteporre le proprie esigenze (pur con tutta l'umana
comprensione per chi ha vissuto un'esperienza tragica), né
per chi vuole usare i figli come strumento per placare il proprio
dolore o strumento di rivalsa contro l'altro.
Abbiamo così indicato il fil
rouge che deve accompagnare tutto il percorso di mediazione: il
domandarsi quali siano le esigenze dei figli. Non si tratta - come
dice qualcuno - di attenzione esclusiva alle necessità
dei figli; dovrà essere piuttosto un'attenzione
inclusiva: se ci poniamo in ascolto delle domande dei figli e
ci preoccupiamo del loro bene, facciamo anche il nostro bene,
realizziamo anche il nostro essere adulti (dove per adultità
si intende la capacità oblativa di spendersi per l'altro).
Chi è tuttavia quel genitore
che, interrogato, risponda di non volere provvedere al bene del
figlio? Forse anche la donna smascherata da Salomone, accecata dal
dolore, poteva tragicamente essere convinta di agire per il meglio.
Senza affrontare i casi limite che
possono sfociare nel patologico (dove la mediazione nulla può
fare e occorre inviare al servizio di igiene mentale), il mediatore
ha una profonda fiducia nella capacità dei genitori di fare
bene il loro mestiere (è anche per questo che diverse scuole
di pensiero preferiscono non coinvolgere direttamente i figli nel
percorso). Senza questa fiducia che è anche fiducia dell'un
genitore nei confronti dell'altro, ogni accordo raggiunto è
puramente fittizio. Tale fiducia tuttavia è più un
punto di arrivo che di partenza e cresce con il progredire del
confronto e del dialogo.
La mediazione diviene
così un training , in cui i genitori riscoprendo il
dono della parola su cose concrete (quando e come comunicare ai figli
la decisione di separarsi; l'organizzazione quotidiana e il
calendario dei tempi; il racconto di quello che i figli fanno e dei
sentimenti che esprimono, i bisogni che emergono; le regole di vita
condivise - quando e cosa guardare alla tv, per esempio -; il tema
della scuola; il ruolo dei nonni e delle altre figure affettivamente
significative; ecc.), imparano a relazionarsi anche in futuro, non
più come coniugi o conviventi, ma come genitori. Il mediatore,
non professionista neutrale, ma equivicino, capace cioè di
prendere le parte di entrambi, aiuta
la coppia separata o in via di separazione a chiarire tutti i
fraintendimenti che sono sul campo: "dato
che tu sei stato un cattivo coniuge, non puoi essere una brava madre
o un bravo padre".
La mediazione è così uno
spazio libero, autonomo, dove i genitori sono invitati ad assumersi
la responsabilità delle scelte. Se così non facessero,
altri deciderebbero al posto loro. E sappiamo quante volte purtroppo
la vicenda separativa si configuri come una partita di calcio in cui
i tifosi o facinorosi, non contenti di come gli atleti abbiano
giocato o dell'operato dell'arbitro, invadono il campo
per fare valere i propri presunti diritti. In questo caso il calcio
c'entra poco; parimenti il bene di figli e genitori non è
compreso quando figure terze fomentano il conflitto invece che
sostenere il dialogo. A volta le guerre si fanno per
conto terzi: le famiglie di origine
possono intervenire per mettere l'uno contro l'altra. "Non
datemi consigli, so sbagliare da solo" ripeteva spesso Enzo
Biagi.
Sarebbe troppo pensare a percorsi
paralleli di crescita, al di fuori della mediazione, rivolti a nonni,
zii e nuovi partner?
Ritorniamo allora al dubbio che era
sorto: chi è quel genitore "sano" che non è
convinto di fare il bene del figlio?
Per questo il mediatore, pur nutrendo
la fiducia nella capacità dei genitori, ha il compito di
vigilare affinché la coscienza sia illuminata dal confronto
con i risultati delle ricerche in campo pedagogico, psicologico e
giuridico, oltre che dal buon senso.
Sappiamo bene come il dolore o il
rancore possano ottenebrare la vista e far apparire bianco ciò
che è nero e viceversa. Vivere la separazione è come
addentrarsi in una foresta intricata e perdere la strada. E’
utile salire su un albero per poter guardare le cose ad una certa
distanza e riscoprire la direzione verso cui incamminarsi. Il
mediatore non percorre il cammino al posto dei genitori, né
indica la strada, ha solo la pretesa di essere un buon albero su cui
salire.
"Sei sicuro che il bene del
bambino sia essere tagliato in due dalla spada?": questa è
la domanda che il mediatore rivolge spesso ad entrambi i genitori per
porre l’attenzione sull’essenziale.
Carlo e Giovanna, appena trentenni,
hanno deciso di separarsi. Si rivolgono a un centro di mediazione per
essere aiutati a riscoprire le ragioni del dialogo. Si sono comunque
già confrontati su come comportarsi nei riguardi dei due figli
che amano con tutto il cuore:
"diremo loro che papà e
mamma non vanno più d'accordo e hanno deciso di vivere
in case diverse; diremo di non avere paura perché noi li
lasceremo mai soli e vorremo loro sempre bene".
"bene, è importante che
i bambini sappiano che continuerete a volere loro bene, ma
quando direte loro tutto questo?"
"alla sera, dopo cena, poco
prima di andare a letto".
In cosa consiste a
questo punto il compito del mediatore? Invita a riflettere se la
scelta dei tempi risponde prima di tutto a un bisogno dei figli o
alla loro esigenza di adulti spaventati. Aiutare ad avere sempre
chiara questa distinzione: questo è il compito fondamentale
della mediazione. Nell'esempio, aiuta a comprendere che i
figli, specie se piccoli, non hanno gli strumenti per elaborare gli
avvenimenti: non possono essere lasciati soli in questo compito.
Alla fine, Carlo e
Giovanna decideranno di comunicare la notizia alla domenica, per
poter avere tutto il tempo di stare con i figli ed osservare le loro
reazioni.
Infine,
forniamo uno schema riassuntivo delle fasi del processo di
mediazione. Tra i tanti, scegliamo lo schema proposto da Costanza
Marzotto dell'Università Cattolica di Milano:
Per
brevità, ci soffermiamo solo sulla fase negoziale. La
premessa fondamentale è che i genitori devono mantenere la relazione tra di loro dato
che hanno per sempre in comune il destino dei figli. Come
afferma Cigoli, in collaborazione con Marzotto, la negoziazione è
un lavoro che parte dagli interessi e dai bisogni delle persone e non
dalle posizioni o dagli schieramenti. Se si rimane nella logica delle
posizioni contrapposte infatti si è ancora nella logica del
vincente e del perdente e la relazione s'interrompe.
Carlo
esprime il desiderio di passare il Natale con figli e genitori di lui
e Giovanna vorrebbe invece portare i bimbi dalla nonna materna
rimasta sola. Una strada possibile è invitare i due di
scegliere tra una soluzione o l'altra. Ciò significherebbe per
uno rinunciare al proprio territorio e far sì che l'altro lo
occupi (logica del vincente e del perdente, dove magari chi vince può
così vendicarsi delll'altra volta in cui ha avuto invece la
peggio). L'altra strada, quella della negoziazione, è invitare
ad esplorare altre possibilità, altri territori diversi dai
precedenti. Si tratta di un "territorio terzo" a cui
entrambi possono approdare dopo avere espresso sentimenti e giudizi:
un territorio comune.
La
medotologia della negoziazione segue quattro punti (Fisher e Ury):
1)Trattare separatamente i problemi interpersonali e i motivi di controversia
2)Concentrarsi sugli interessi in gioco e non sulle prese di posizione
3)Immaginare soluzioni che procurano reciproco beneficio
4)Richiedere l'applicazione di criteri intersoggettivi
Dice il Buddha: "il viaggiatore, se non incontra a tenergli compagnia uno migliore di lui o simile a lui, proceda decisamente da solo: con lo stolto non vi è compagnia". La scommessa che facciamo è che la mediazione sia un'opportunità offerta a quei viaggiatori, che non costituendo più una coppia, desiderino comunque incontrare un simile (l'altro genitore, per l'appunto) per condividere il cammino e l’avventura educativa.
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